La sicurezza del paziente è uno degli obiettivi cardine in sanità, ma dietro ogni evento avverso non ci sono solo i pazienti e le loro famiglie (le “prime vittime”), bensì anche gli operatori sanitari coinvolti, che diventano le cosiddette “second victims”. Questo fenomeno, pur ancora poco trattato nei programmi formativi in Italia, è una realtà diffusa che può minare il benessere psico-fisico del personale, con ripercussioni su tutto il sistema salute
Chi sono le second victims?
Le second victims sono professionisti – in particolare infermieri – che, in seguito a un errore o a un incidente clinico, sviluppano sensi di colpa, ansia, stress, insonnia, dubbi professionali, fino a veri e propri sintomi psicosomatici. Queste reazioni, se ignorate, possono portarli a una spirale di burn-out, riduzione della qualità dell’assistenza e rischio di nuovi eventi avversi, innescando così un “effetto domino” negativo su colleghi e pazienti futuri.
Barriere nella richiesta di supporto
Nonostante esistano programmi di supporto internazionali e prove di efficacia nella gestione delle consequence per le second victims, molti operatori sanitari faticano ad accedervi o a richiedere aiuto. Le barriere principali individuate sono:
- Fattori personali: scarsa conoscenza del fenomeno, sensazione di stigma (“è una vergogna parlarne”), tratti caratteriali che spingono all’isolamento piuttosto che alla condivisione.
- Conflitti di ruolo manageriale: percezione che la responsabilità dell’evento sia attribuita esclusivamente al singolo, penalizzando l’operatore e inasprendo la sofferenza psicologica.
- Sostegno organizzativo carente: assenza di programmi di supporto, mancanza di ambienti sicuri e riservati per esprimere il proprio vissuto, clima poco favorevole alla comunicazione.
Facilitatori e strategie di supporto
Cosa aiuta, invece, le second victims a superare il trauma?
- Supporto tra pari: avere colleghi empatici e disponibili all’ascolto rappresenta un elemento chiave, talvolta più efficace di quello formale.
- Piattaforme di supporto online: la possibilità di condividere esperienze in maniera anonima attraverso social network o community digitali si rivela utile per molti operatori, abbattendo il timore del giudizio.
- Bisogno di supporto multidimensionale: emerge il desiderio di sostegno emotivo, momenti di debriefing professionale e di formazione specifica – come simulazioni – per imparare a gestire situazioni analoghe, rafforzando tanto la resilienza individuale quanto le competenze del team.
Cosa possono fare le organizzazioni sanitarie
Per garantire un ambiente davvero sicuro (anche per gli operatori!), le aziende dovrebbero:
- Promuovere la cultura dell’errore come occasione di apprendimento, non di colpa
- Istituire team multidisciplinari di supporto (psicologi, formatori, counselor)
- Integrare nei percorsi di formazione contenuti specifici sul “second victim”, le modalità di richiesta e offerta di supporto e il debriefing post-evento
- Sviluppare canali digitali affidabili, monitorandone la qualità e la sicurezza dei contenuti
Conclusioni
Il fenomeno delle second victims deve entrare a pieno titolo nelle agende formative e organizzative della sanità italiana. Abbattere lo stigma, riconoscere il diritto al supporto e agire su più livelli – personale, di team e organizzativo – è strategico per il benessere degli operatori e, di riflesso, per quello dei pazienti.
Parlare di errori, emozioni e vulnerabilità non è debolezza: è il primo passo per costruire professionisti forti, team coesi e cure sicure.
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