Il mondo sanitario non è infallibile e la gestione del rischio clinico nasce proprio dalla consapevolezza che nessun sistema può evitare totalmente gli errori.
Ne siamo consapevoli.
Karl Weich scriveva: “nessun sistema può evitare totalmente gli errori. Qualsiasi discussione sull’affidabilità deve cominciare con questo come assioma”.
Dati
La conferma di tale definizione è riscontrabile nello studio condotto nel 2013 dal CDC e BMJ; prime 10 cause di morte negli Stati Uniti:
- Malattie del cuore 611,105 decessi;
- Cancro 584,881 decessi;
- Errori “medici” 251,454 decessi.
Lo studio di Makary & Daniel (Johns Hopkins, BMJ 2016) ha stimato circa 251.454 morti/anno attribuibili a errori medici negli USA, pari a circa il 9,5% di tutti i decessi, ponendoli come terza causa di morte dopo cardiopatie e tumori.
L’OMS indica che il danno da eventi avversi legati a cure non sicure è probabilmente tra le prime 10 cause di morte e disabilità nel mondo.
In concreto?
Calando tali dati nelle nostre realtà quotidiane proviamo a dare una definizione del fenomeno considerando però la NON esclusiva responsabilità degli operatori sanitari i quali, secondo la definizione di Mauro Catino, “non sono tanto i responsabili di un incidente, quanto gli eredi di difetti presenti nel sistema e generati da attori e unità organizzative distanti nel tempo e nello spazio: quando accade un incidente in un’organizzazione complessa è l’organizzazione stessa che fallisce, e non soltanto l’individuo a più stretto contatto con l’evento stesso” (Da Chernobyl a Linate).
Nel tentativo di fronteggiare tali accadimenti, abbiamo la possibilità di utilizzare 2 metodologie distanti l’una dall’altra, ma dal comune obiettivo di eliminare o almeno ridurre gli incidenti e le loro conseguenze.
Tali approcci sono definibili:
- Metodi reattivi;
- Metodi proattivi.
Senza dubbio l’approccio reattivo si origina in seguito al verificarsi di errori e/o incidenti: ha l’obiettivo di studiare a posteriori gli eventi così da identificare la causa o le cause dello stesso, ed evitare quindi il ripetersi degli stessi, o quantomeno a comprendere l’origine ed eventualmente modificare i processi.
Diversamente, l’approccio proattivo mira alla individuazione e successiva eliminazione delle criticità del sistema prima che l’incidente si verifichi; il tutto utilizzando una metodologia basata sull’analisi dei processi.

In questo primo articolo ci concentreremo sui metodi reattivi:
è accaduto qualcosa, comprendiamo il perché!
Gestione del rischio clinico. Strumenti reattivi
Il sistema più comune e senza dubbio il primo ad essere entrato in scena è l’incident reporting: si tratta di un metodo di segnalazione spontaneo, anche in forma anonima, con il quale il rilevatore racconta i fatti così come sono accaduti. Le informazioni raccolte vengono poi analizzate da esperti allenati a riconoscere le cause sistemiche (principali responsabili degli eventi), il tutto contornato da una forte cultura “non punitiva”.
Abbiamo poi la morbidity e mortality conference, conferenza strutturata di casi con complicanze cliniche al fine di individuare eventuali errori, in modo da imparare da questi per migliorare la qualità dell’assistenza prestata. Gli scopi della M&M conference sono incrementare il sapere e ridurre gli errori. In pratica rappresenta l’evoluzione dei “casi clinici”, aggiungendo però una operazione di benchmarking utile a confrontare il proprio operato con casi simili al fine di migliorare le proprie attività.
Global Trigger Tool
Uno strumento relativamente nuovo nel panorama della gestione del rischio clinico è il Global Trigger Tool: esso si basa su una revisione retrospettiva di un campione casuale di cartelle cliniche per la ricerca di trigger (indizi) finalizzati a identificare possibili eventi avversi. I trigger riguardano 6 moduli:
- Relativo alle cure;
- Relativo la terapia farmacologica;
- Chirurgico;
- Relativo le aree intensive;
- Prenatale;
- Relativo al Pronto Soccorso.
Alla presenza di un trigger positivo, la cartella sarà revisionata nelle parti pertinenti alla tipologia del trigger stesso.
Ultimo approccio prima di parlare della Root Cause Analysis è il SEA (Significant Event Audit) utile per riesaminare sistematicamente e dettagliatamente casi singoli nei quali si è verificato un evento significativo, per stabilire quanto si può apprendere sulla qualità generale dei servizi erogati e per indicare i cambiamenti che potrebbero portare a miglioramenti futuri. Il tutto formulando in sequenza 4 domande:
- Cosa è accaduto?
- Perché è successo?
- Cosa si è imparato?
- Che cosa sarà o è stato cambiato?
La Root Cause Analysis nella gestione degli eventi avversi
Essa mira ad identificare la causa radice di un accadimento, attraverso l’analisi sistemica degli eventi avversi così da indagare tutti gli aspetti del sistema sanitario in questione.
Si realizza attraverso:
- La raccolta delle informazioni;
- La descrizione della sequenza temporale;
- La identificazione dei fattori contribuenti e cause profonde;
- La proposta di azioni di miglioramento;
- Rapporto finale.
Conclusioni
Gli strumenti proposti sono senz’altro utili a monitorare “lo stato dell’arte” di un’azienda sanitaria; certamente meritano formazione adeguata, cultura non punitiva e, non da meno, una successiva eliminazione della causa responsabile dell’evento o errore.
